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Open Government: quando la Pubblica Amministrazione è trasparente migliora la sua immagine

Almeno nella percezione delle persone, ma sembra proprio così. Lo dimostra una ricerca di Pew Internet, elaborata negli Usa: le amministrazioni che rendono disponibili i documenti e le informazioni condividendoli con i cittadini anche nei social media godono di una valutazione, riferita alla governo della città, migliore.

Non solo, ma più l’Amministrazione Pubblica apre i suoi processi interni verso il pubblico, migliore è la sensazione di “empowerment”, di consapevolezza e di acquisto di fiducia nelle decisioni in merito alle politiche locali (nel caso dello studio di Pew Internet) dei cittadini.

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La Pubblica Amministrazione in 140 caratteri

Foto di Globalism Pictures @Flickr

Ho già parlato dell’utilizzo di twitter su Officina Turistica, di quanto sia meglio di facebook e di alcuni interessanti esempi del suo utilizzo portati alla Social Media Week di Roma da Hagakure.

Dopo aver parlato dei casi legati alle star, ai personaggi più e meno famosi, qui voglio portare qualche esempio dell’utilizzo di twitter da parte delle Pubbliche Amministrazioni e spostare il focus verso il servizio pubblico.

Proprio mentre preparavo questo post però mi è arrivato un articolo di ForumPA il quale mi dava una notizia davvero interessante: hanno raccolto tutti i profili twitter delle PA in una lista. Fantastico, quello che volevo fare con il post! Non solo, ma hanno creato pure un paper.li.

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Open Government alla social media week: la cultura prima di tutto

Durante la social media week di Roma si è parlato, tra i tanti, diversi panel, anche dell’Open Government. Si tratta della possibilità data alle Pubbliche Amministrazioni di aprire verso il cittadino e dunque verso l’esterno, i propri processi e soprattutto i propri dati (in questo caso si parla di Open Data).

I vantaggi potenzialmente sarebbero diversi. Partendo dal punto di vista del cittadino (quello che mi sta più a cuore) si potrebbe, molto concretamente, tenere sotto controllo i bilanci pubblici, capire il funzionamento dell’amministrazione, esserne partecipe e avere a disposizione più informazioni.

Viene immediato a questo punto pensare ad un passaggio di un articolo di Jeff Jarvis a proposito dei vantaggi dell’essere pubblico:

Publicness enables the wisdom of the crowd. If we all keep our information, knowledge, ideas, and lessons to ourselves, we lose collectively

Mentre se vediamo l’Open Government attraverso l’occhio delle imprese queste potrebbero generare profitti grazie ai dati che raccoglierebbero dalle PA. Magari offrendo servizi aggiuntivi o facendo pagare un servizio basato proprio su questi dati.

Devo dire che, nel corso del dibattito, sono stato favorevolmente colpito dal realismo dei relatori. Quello che ho percepito durante il dibattito (ho partecipato poco, sono stato uno dei ritardatari forzati dallo sciopero dei mezzi pubblici di quel giovedì!) è stato, forse complice la natura pubblica del soggetto interessato, un sano spirito critico sulla applicazione dell'”amministrazione aperta”.

Presente al panel c’era anche il presidente di ForumPA, Carlo Mochi Sismondi, il quale ha portato uno studio a proposito della concezione di trasparenza per i cittadini italiani dove emerge come questa sia praticamente equivalente a “controlo della spesa pubblica“. Questa la ricerca:

Come dire che prima della partecipazione, prima della volontà di conoscere la vita pubblica c’è un bisogno di controllo e, mi viene da dire, di rivalsa verso una PA vista come un soggetto oscuro, dalla gestione economica tesa a un interesse che non corrisponde a quello dei cittadini.

Sono d’accordo poi con Guido Scorza (Presidente dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione) quando punta il dito su un problema (di ignoranza o eccesso di paura?) che vede contrapporsi all’applicazione dell’opengov la tutela della privacy e il diritto d’autore. Entrambe questioni risolvibili, anzi già risolte visto che da un lato non si tratta di rendere accessibili dati personali e che, dall’altro, questi dati sono pubblici. Sono nostri.

Altra osservazione interessante che è stata fatta riguarda l’intellegibilità dei dati rilasciati e la loro comparabilità tra PA: i dati che vengono rilasciati devono poter essere compresi da chi legge e soprattutto devono poter essere confrontabili con altre realtà, anche a ritroso nel tempo.

Significativo su questo argomento l’esempio fatto da Davide Giacalone, presidente Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’Innovazione, quando ha parlato della impossibilità di confrontare i dati sanitari perché sono gestiti dalle aree (non regioni, né province) e dunque non sono redatte con uno schema comune.

Sembra facile infatti dire (o imporre, come si è detto durante il panel, ma l’imposizione non mi trova d’accordo) alla PA di pubblicare tutti i suoi dati relativi alla sua gestione. Rimane poi come, in che modo questi vengono pubblicati all’esterno. Numeri, tabelle, codici non servono a niente se non sono interpretati o interpretabili.

A questo proposito colgo l’occasione per ribadire l’importanza centrale che rivestono gli operatori della comunicazione all’interno delle PA. Un ruolo legittimato dalla legge 150/2000.

Ultima annotazione. Ho trovato interessante davvero lo spunto nato dal pubblico: pubblicare anche i dati relativi agli investimenti che l’amministrazione non riesce a fare (chissà quanti progetti non sono partiti per incapacità di gestione o scarsità di personale). Un incentivo all’azione e un controllo maggiore dei cittadini dell’operato pubblico. Magari!