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I link e la citazione: tra identità da costruire e il vizio di parlarsi addosso

Foto di Michal Macku

L’autoreferenzialità non è solo un difetto delle Pubbliche Amministrazioni. Anche nel mondo editoriale ci sono realtà che non si aprono all’esterno, si citano da sole, si parlano addosso. Ne avevo accennato in un articolo di qualche tempo fa parlando dell’informazione nel web.

Se non citano diventano semplici prodotti editoriali piccoli e deboli

Pare proprio così. De Biase in un suo articolo confronta due mondi apparentemente diversi come la ricerca scientifica e l’editoria. Diversi perché tendono ad obiettivi opposti, ma simili perché entrambi si devono confrontare con uno strumento assai potente: la citazione.

Da una parte la ricerca scientifica è orientata ad informare, a rendere possibile l’interpretazione di quello che si sta dicendo ad altri soggetti che leggono. Tende quindi a rendere disponibile al destinatario del messaggio tutti gli strumenti necessari per una comprensione del fenomeno che si sta prendendo in esame; oppure portare il lettore alle conclusioni di un ragionamento autonomo diverso (perché no) da quello al quale è arrivato il percorso di ricerca proposto.

Al contrario l’editoria è centrata prevalentemente sul business: bisogna vendere, non informare o dare strumenti per la comprensione. Leggi il resto di questa voce

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Diario di viaggio elbano: Tiemme, Trenitalia e Toremar. La triade del disastro

Venerdì 21, dopo la presentazione in Comune a Capoliveri, si parte. Capoliveri-Portoferraio a velocità supersonica (ma sempre nei limiti della legge si intende): sono le 16 e il traghetto parte alle 17. Una delle poche combinazioni utili per arrivare a Livorno in tempo per la cena con un mio caro amico.

Pronti, via. Tra i “lisci” (passare accanto a) ai ragazzi che escono dal tempo pieno delle scuole a San Giovanni (località in zona Portoferraio) e lo slalom per evitare le buche arrivo sano e salvo a casa.

Butto dentro le ultime cose in valigia, controllo di aver preso tutto, uno sguardo al meteo mare. Agitato, ma abbiamo avuto tempi peggiori.

Mi faccio accompagnare in biglietteria, tempo di entrare e vedo un cartello: “La corsa delle 17 è stata sospesa”. Chiedo spiegazioni e mi sento dire che: “La nave non parte per problemi tecnici”.

Ok, nessun problema. C’è la Moby penso. Sì, ma alle 18.30, sempre che il mare non aumenti e comunque arriverei troppo tardi a Livorno, sarebbe inutile. Blu Navy neanche a dirlo: “Corse sospese causa maltempo”. Delirio, ma penso che partire l’indomani con più calma e certezza mi farà passare tutta la rabbia per aver rinunciato forzatamente ad una bella serata tra amici.

Torno a casa, sbrigo due cose di lavoro, cena e a letto.

Sabato 22 ci riprovo: nave Toremar delle ore 8, coincidenza (chiamiamola così) con il treno che parte alle ore 9.16. La nave è strapiena, complice forse la mancata partenza della Moby delle 7.30.

Non mi scoraggio e cerco di dormire un po’. Niente da fare troppa gente che parla a voce alta e troppe suonerie demenziali a tutto volume. Pazienza, sonnecchierò sul treno.

Si intravede il porto di Piombino e mi avvio all’uscita: bisogna essere tra i primi altrimenti si rischia di perdere il treno. Quindi appena aperta la porta della nave, via di corsa in una specie di gara tra lavoratori (pendolari) e famiglie pronte per la gita fuoriporta. Una scena talmente assurda, quasi comica che ricorda Fantozzi quando vuole prendere il bus al volo.

Arrivo al binario e il treno è fermo. Vai! Apri la porta, gira la maniglia, apri la porta. Ehi, apri, apri!!! Niente da fare, il treno parte. Le porte erano già chiuse.

Guardo incredulo il treno partire e dopo diversi storpiloqui (lo ammetto ho rischiato di uscire dalla casa) mi avvio mesto mesto verso la stazione marittima. La butto sull’ottimismo: “Meglio, faccio colazione con calma e mi riprendo dal torpore mattutino”. Penso nonostante il fiatone e l’acido lattico che balla la samba nelle gambe.

Controllo gli altri orari dei treni grazie allo smartphone: 11.30 altra coincidenza con un bus. Non mi fido e guardo anche gli orari appesi, sorpresa: un orario parla di un treno che parte alle 11.30; un altro di un bus che parte alle 10.23 e un altro ancora del bus che avevo visto.

Ok, qualunque mezzo ci sia si parte. Questo è sicuro.

Faccio colazione e verso le 11.15 mi avvio a prendere l’autobus. Peccato che non arriverà mai! Ad aspettare trovo un altro ragazzo elbano con lo stesso problema. Alle 12 mi preoccupo e (visto che ormai avevo perso ogni coincidenza possibile) chiamo il numero verde della società Tiemme (199-500-305 14cent/min.): “Fino alle 12 e 25 non ci sono bus per Campiglia Marittima – mi risponde cortese la signorina; abbiamo dovuto variare le corse perché non rientravamo nei costi”, ma allora perché sul sito di Trenitalia e sugli orari esposti in biglietteria si parla di un bus (che diventa treno nel sito) alle 11.30!? “Perché trenitalia non ha aggiornato gli orari su internet, né su carta” (il sito di trenitalia ad oggi mostra una corsa alle 12.08, via bus e la successiva alle 13.20, sempre con bus, ma non quella delle 12.25; mentre l’orario delle 11.30 è sparito).

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Quindi? Quindi dalle 9.20 fino alle 12.25 non mi sono mosso da Piombino Marittima. Sono arrivato a Livorno Centrale alle 14.05. Totale ore di viaggio “lordo”: sei.

Tra Toremar (società statale di trasposto marittimo), Trenitalia e Tiemme (società che si è da poco costituita incorporando Atm e Rama) non sono riusciti ad aggiornare gli orari (carta e web) e neanche a rendere fattibile la coincidenza tra nave e treno.

Altro che banda larga, web 2.0 e social network!

Una certa idea dell’Elba. Tra lingua di plastica e “parole mito”

Faro a Rio Marina

Il faro di Rio Marina da elbaword.com

“Si usa un linguaggio uniformato e sciatto, abbonda la gergalità, il lessico si impoverisce e si standardizza, proliferano gli anglismi e l’omologazione linguistica”.

Lo scriveva dieci anni fa Maurizio Boldrini in Lezioni di giornalismo. Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico (Protagon Editori Toscani, 2000) parlando della lingua di plastica.

Un processo di impoverimento liunguistico a causa del quale si consolidano nel parlato espressioni quali: “Il progetto paese”; “a trecentosessanta gradi”; “non scartiamo nessuna ipotesi”; “si è chiamato fuori”; “smentite le previsioni”; “atteso vertice”; “clamoroso arresto”.

Tutte frasi che tolgono peculiarità, con il loro frequente utilizzo, alla lingua del mezzo (Boldrini parlava dei quotidiani) e appiattiscono il registro linguistico omologandolo ai canoni televisivi (ricordo con orrore il “piuttosto che” non avversativo come creatura televisiva poi diffusa nel linguaggio comune).

Ecco, tutto questo mi è venuto in mente leggendo Una certa idea dell’Elba (mi scuso con l’autore, con l’editore e con il protagonista del libro: avrei voluto mettere un link ad un negozio on line, ma non ne ho trovati che vendessero il testo in questione) che non sembra sfuggire a questa deriva, pieno di frasi del calibro: “discesa in campo” (pg 30); “attacchi durissimi” (59) e via così.

Non solo lingua di plastica, ma anche frasi e costruzioni retoriche abbondano, quasi fosse un annuncio politico bello e buono e non una intervista tra giornalista e politico. Succede così che si metta ben evidenza come la folla per le elezioni amministrative fosse assai più numerosa in presenza di Bosi rispetto a quella con Mussi (31), che si è “Al lavoro per il futuro di Rio Marina” (45); dove il progetto del protagonista del libro è, manco a dirlo, “affascinante”.

Tutto condito da passaggi colloquiali come un “bravo!” (50), oppure un “Qui ti volevo!” (88) riferito all’intervistatore, che fanno sembrare il volume una chiaccherata da bar tra a mici.

Amico non è solo l’intervistatore, Alberto Giannoni, ma anche chi fa la prefazione, Giovanni Pallanti che si presta a tessere le lodi del compagno in queste 100 pagine.

Una chiaccherata tra amici che ha il sapore della propaganda politica, con ricchi elogi per il sindaco di Rio Marina e il suo staff (Paola Mancuso, caldeggiata dal sindaco per la nomina all’Autorità portuale di Piombino, ringraziata per la “provvidenziale e frenetica attività“) e argomenti tirati fuori ad hoc.

Chiudo avvisando chi voglia spendere 14euro per questo libro a cosa va incontro: uno scritto di propaganda pura. Ma forse è proprio quello che vogliono gli elettori di Bosi.

A proposito: Fabio Mussi è il nome più citato in tutto il libro. Ci sarà un perché?

Ps: non ho letto volutamente le altre recensioni (o meglio osservazioni, critiche e commenti) al libro che ho visto sono state fatte da Umberto Mazzantini e dal sindaco di Rio nell’ Elba Danilo Alessi per partire il più neutro possibile rimanendo sull’analisi del linguaggio e del tono utilizzato e senza entrare nel merito politico.