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Le tecnologie informatiche al servizio della PA

La Pubblica Amministrazione in 140 caratteri

Foto di Globalism Pictures @Flickr

Ho già parlato dell’utilizzo di twitter su Officina Turistica, di quanto sia meglio di facebook e di alcuni interessanti esempi del suo utilizzo portati alla Social Media Week di Roma da Hagakure.

Dopo aver parlato dei casi legati alle star, ai personaggi più e meno famosi, qui voglio portare qualche esempio dell’utilizzo di twitter da parte delle Pubbliche Amministrazioni e spostare il focus verso il servizio pubblico.

Proprio mentre preparavo questo post però mi è arrivato un articolo di ForumPA il quale mi dava una notizia davvero interessante: hanno raccolto tutti i profili twitter delle PA in una lista. Fantastico, quello che volevo fare con il post! Non solo, ma hanno creato pure un paper.li.

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Visto che il cecchino è miope mettiamo a fuoco il problema con Computec

A bto2010 si è parlato della comunicazione delle destinazioni turistiche, definita in una parola: miope. Lo studio portato da Roberta Milano ha

[…]provato a sottolineare l’importanza di messaggi non stereotipati e di una strategia marketing a monte che valorizzi i propri punti di forza.

Già, una strategia (il grassetto nella citazione sopra è mio). Assente per la maggior parte delle istituzioni coinvolte nella promozione di un territorio. Eppure è la stessa che viene richiesta per le normali attività di comunicazione di una Pubblica Amministrazione (ricordo lo strumento del piano di comunicazione del quale si parla a partire dalla legge 150 del 2000 in poi).

Se ne è parlato molto nella prima edizione dei seminari Computec. Comunicazione interna, comunicazione esterna, obiettivi, target, analisi dello scenario, posizionamento, swot analysis e tutti gli altri strumenti all’interno di un piano di comunicazione che serve, anzi

obbliga a mettere a fuoco/far emergere […] la strategia complessiva e si inquadra in un contesto organico e coerente in cui si deve riflettere anche la “coroporate identity” dell’istituzione

ci dice Leda Guidi all’interno del suo saggio pubblicato nel primo volume del progetto Computec. A dimostrazione che esistono da tempo strumenti che aiutano la Pubblica Amministrazione a svilupparla questa tanto ricercata strategia e a veicolare la loro altrettanto ricercata identità (nel caso citato da Ghnet).

Avere una strategia, pianificare significa mettersi a tavolino e capire, tra le altre cose, quali sono i punti di forza e quelli di debolezza dell’organizzazione. Di primo acchito vedo già tutti rispondere “tanti” e “inattaccabili” (per i punti di forza) e “pochi” e “trascurabili” (per i punti di debolezza).

Improvvisando allora diventa normale aspettarsi una promozione affidata al testimone, alla cartolina animata o alla presunzione di una diversità del territorio che, se c’è, non si vede. Finendo molto spesso per parlarsi addosso.

Certo con i social media ci si può avvicinare all’utente-cittadino, farsi una idea di come l’organizzazione è percepita e migliorare i servizi offerti (e magari anche l’immagine da veicolare) ma come si può se poi questi strumenti non vengono inseriti in una azione più ampia, dedicata alla comunicazione dell’ente e all’ascolto?

Tanto la comunicazione classica, quanto quella nuova forma di comunicare figlia dei media sociali, deve comunque far parte di un “communication mix” che

[…] definisce l’identità, rendendo esplicito il patto conversazionale che essa (la PA) vuole stabilire con i suoi stakeholder. […] non si deve trattare solo di azioni additive, che vedono i nuovi media andare ad arricchire – almeno sulla carta e nelle buone intenzioni – i mix degli enti pubblici.

Scrive Alessandro Lovari nel suo ultimo saggio: “Basta un post? Il ruolo dei media sociali nel rapporto tra amministrazioni pubbliche e cittadini“. Ci deve essere quindi una integrazione degli strumenti di comunicazione che solo attraverso una pianificazione e quindi anche una strategia si può far valere. Lo stesso Lovari fa notare come, a proposito di ascolto e media sociali:

Ascoltare di per sé rischia di essere un’attività sterile se non si prevede un action plan per intervenire su quello che si è raccolto e imparato dal field.

Insomma inutile avere pagine facebook (aperte magari perché “fa figo”) se poi non si ascoltano i suggerimenti o non si interagisce con l’utenza. Peggio ancora se si trattano i social media come uno qualunque dei “vecchi” strumenti di comunicazione, Lovari è chiaro:

Occorre che questi strumenti siano usati all’interno di una strategia integrata che ne valorizzi le peculiarità e i tratti distintivi. Non si può pensare di utilizzare una pagina su Facebook o un canale YouTube come una locandina, una newsletter o altri supporti informatici.

Ovviamente non finisce qui: di problemi ce ne sono (interoperabilità, servizi da offrire che mancano, compatibilità di documenti e formati) ma che in 10 anni (almeno) tra gli ammnistratori non si sia capita l’importanza dell’ascolto è davvero preoccupante.

Censis su facebook. Diamo i numeri anche sui social media

Ho ricevuto alcuni giorni fa una email:

L’unico link presente nella email era a facebook (!?), della pagina dedicata al Censis neanche una virgola se non l’immagine.

Soluzione: cercare su facebook la pagina, questo lo spettacolo:

Solo eventi e una foto (oltre quella del profilo), ovviamente dedicata al 44° rapporto annuale. Dalle date dei post si deduce che la pagina è stata aperta i primi giorni di dicembre, quindi quasi due mesi fa e, sebbene ci sia un video postato ( ripreso da una risorsa esterna), non ci sono altri file multimediali né tantomeno link ai diversi documenti prodotti dal Censis.

Eppure hanno rifatto il sito web, più accattivante del precedente (ci voleva poco in realtà) e mi sembra pure più fruibile, così ad una prima vista sul sito noto che in home page non ci sono riferimenti alla nuova pagina facebook, si trovano solo nella sezione dedicata ai contatti. Dove ci sono diverse foto della sede del Censis con una sua piccola storia raccontata sotto le immagini (che credo avrebbero potuto avere una gestione migliore, anche se poche).

Altro elemento critico del sito web che ho notato è l’indirizzo url: sono solo numeri, nessuna descrizione del contenuto.

Sono contento di vedere il Censis proporsi su un social media, aprendosi ad un target magari giovane, ma spero l’avventura vada migliorandosi e non continui nella direzione della “pagina vetrina” (parente stretto del sito vetrina).

Insomma caro Censis ti voglio bene, mi hai aiutato molto per la tesi di laurea, ma occhio alla solita autoreferenzialità delle istituzioni e date un tocco dinamico in più a sta pagina!