Aiazzone non fare la fine di John!

Questo video, postato da Michele Aggiato nel suo profilo facebook a proposito della sessione che terrà al Bto di venerdì 19, ha fatto subito tornare alla mente molti casi di reputazione (e di reputazione ce n’è una come mi insegnano) e della sua gestione che, soprattutto in  situazioni critiche, diventa sicuramente difficile ma che viene trattata con approcci 1.0. Diciamo così..

Il riferimento è ad una vecchia storia (vecchia per i tempi della Rete ovviamente) che ha coinvolto un altro brand italiano in un caso di cattiva gestione della reputazione. Parliamo di John Ashfield.  Il misfatto avvenne tra il 2009 e il 2010 ed è raccontato in tutti i suoi dettagli dai ragazzi di Ninja Marketing.

In pillole dico solo che il titolare pensò bene di far chiudere un blog, far rispondere ai commenti negativi con minacce (“Sono inoltre a comunicare al personaggio in questione che il legale dell’azienda per un periodo di anni archivia tutti i dati personali di dipendenti passati ed attuali, non sarà quindi difficile risalire prossimamente al colpevole delle maldicenze“) e scrivere una lettera dove spiegava le sue ragioni. Una bella comunicazione a senso unico insomma.

Il fattore scatenante era la veridicità o meno della produzione dei capi di John in oriente messa in discussione da un presunto ex dipendente. Una cosa tutto sommato (così a buon senso) facile da confutare: se sei una ditta saprai anche dove produci i tuoi capi e se credi che ci siano delle false dichiarazioni in proposito saprai anche ribattere con fatti concreti e documenti. Invece no.

A trattare il caso ci ha pensato anche Giovanni Boccia Artieri nel suo blog Mediamondo del quale riporto due righe che chiudono il commento della vicenda:

L’intero fatto è emblematico di alcune cose: 1. il rapporto tra piattaforme espressive e libertà di espressione (ad esempio wordpress) ; 2. il diritto di produrre conversazioni collettive in pubblico (ad esempio su una campagna di pubblicità); 3.la capacità di un’azienda di gestire la sua reputazione in Rete; 4. la capacità di produrre azioni collettive sfruttando le connessioni e la forza del crowdsourcing.

Della questione G.B. Artieri ne ha parlato anche durante gli ultimi seminari di Compu-tec, spiegando bene le quattro implicazioni elencate sopra. Ma insomma quello che le volevo dire, cara Aiazzone è che spero vivamente riesca a fare tesoro delle indicazioni sulla gestione della reputazione. Il perché lo ha già visto: se un prodotto è buono o cattivo,  il mercato on line lo dice, punto. E lei non può farci niente.

E’ internet bellezza😉

Pubblicato il 12 novembre 2010, in Comunicazione, Nuove tecnologie con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Ciao Ivo, il caso di John Ashfield è affascinante. Peccato non poterne parlare alla training session per motivi di tempo. Se hai domande, commenti, suggerimenti ricordati che leggerò i tweet con #btoORM provando a rispondere sia durante la session che on-line. A presto alla BTO2010!

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